Exhibition

Giorgio Celiberti. Dalla Biennale del 48 ad oggi

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A cura di Alessio Alessandrini

La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea accoglie nei suoi spazi, Dalla Biennale del 48 ad oggi, esposizione temporanea di una pregevole selezione delle opere del Maestro friulano Giorgio Celiberti, che ci avvicina al senso profondo della sua arte. L’esposizione offre l’opportunità di avvicinarsi alla ricerca dell’artista attraverso alcune opere tra cui 900 (1998, acrilico su tela) e Diario di bordo (1997, acrilico su tela) che testimoniano la continuità del suo percorso e che si fanno testimoni e veicolo della memoria di un secolo, il Novecento, e dei sentimenti che lo hanno attraversato. Per comprenderne il senso nella sua più intima concezione, è necessario conoscere l’artista, non solo dalle testimonianze del suo talento, ma come uomo, con le sue esperienze e la sua umanità: una personalità autonoma dal punto di vista creativo ma al tempo stesso generosa, socievole e priva di ogni atteggiamento elitario. Celiberti non appartiene infatti a scuole o correnti artistiche definite; la sua ricerca si sviluppa a partire da un’esigenza interiore piuttosto che dall’adesione a programmi estetici.
Negli anni Sessanta l’artista intraprende un percorso nuovo e personale, abbandonando il precedente linguaggio attraverso cui si era espresso fino a quel momento, asseribile all’Espressionismo.
Questa svolta viene spesso collegata all’incontro con la memoria dell’Olocausto e con la città di Terezín, esperienza che rafforza in lui una profonda pietà per l’innocenza violata e che si concretizza anche in opere commemorative. Questa trasformazione sembra nascere da una profonda esigenza di riconoscimento interiore e di autonomia artistica, quasi un passaggio necessario verso una dimensione più universale del suo linguaggio. La figura stessa di Celiberti richiama qualcosa di arcaico e primigenio: nel suo volto e nei suoi gesti si avverte una dimensione quasi rituale, che ricorda lo sciamano, il sacerdote o l’antico artefice di immagini. Questa dimensione si riflette anche nella sua arte, che sembra riallacciarsi idealmente agli artisti delle grotte preistoriche di Lascaux e Altamira, dove la pittura non aveva soltanto una funzione estetica ma anche magica e simbolica. Non a caso Celiberti utilizza spesso colori primari e segni essenziali, come se volesse recuperare un linguaggio originario capace di cogliere i paradigmi fondamentali della vita.
Nella sua opera emerge l’idea che nominare le cose significhi in qualche modo crearle, restituendo loro un senso perduto. Dopo le tragedie della storia, la realtà appare come bisognosa di essere “rinominata”, per recuperare una purezza primitiva. Per Celiberti l’arte non è un mestiere né un’attività subordinata a logiche economiche, ma una vera e propria missione interiore e le sue opere vanno a costruire una grande famiglia silenziosa. Il processo creativo diventa così una forma di meditazione e di ricerca spirituale, in cui l’opera non rappresenta mai un punto di arrivo definitivo ma una tappa di un percorso in continua evoluzione. Il nucleo concettuale della sua ricerca si configura con l’umanità nella sua forma più essenziale, intesa come relazione tra individui e come misteriosa tensione tra terra e cielo, tra memoria e futuro, tra esperienza individuale e dimensione universale dell’esistenza. Unitamente alla rassegna sarà esposta Dissociazione, (1991-1994, affresco) che entrerà a far parte del patrimonio della Galleria.
Cuori, lettere, cancellature, finestre poste in alto poiché irraggiungibili, si fanno elementi del linguaggio segnico dell’artista attraverso la rugosità materica e l’uso di simboli infantili. I colori primitivi che rispetto alle altre opere dalla scura cromia drammatica si schiariscono per allontanarsi dai periodi più terribili, “dissociandosi” diventano augurio di un ritorno alla vita come un’accorata vocazione al perdono. Con l’ingresso di Dissociazione nella collezione del museo, la GNAMC accoglie un’opera significativa del percorso dell’artista, rafforzando il dialogo tra la collezione e una ricerca che intreccia memoria, materia e dimensione universale dell’esperienza umana.

GIORGIO CELIBERTI.
Dalla Biennale del 48 ad oggi

Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

A cura di Alessio Alessandrini

Viale delle Belle Arti 131, Roma

Date
Dal 28 Marzo 2026 al 3 Maggio 2026

Biglietti
La mostra è inclusa nel biglietto d’ingresso alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea


NOTE BIOGRAFICHE 
Giorgio Celiberti nasce a Udine nel 1929 e si avvicina alla pittura in giovanissima età. A soli diciotto anni partecipa alla Biennale di Venezia del 1948. Dopo gli studi al liceo artistico lavora nello studio di Emilio Vedova e condivide l’esperienza veneziana con Tancredi Parmeggiani. Negli anni Cinquanta si trasferisce a Parigi, entrando in contatto con le principali correnti dell’avanguardia europea. Successivamente vive a Bruxelles grazie a una borsa del Ministero della Pubblica Istruzione e poi a Londra, negli anni segnati dall’espressionismo di Francis Bacon e Graham Sutherland. Il suo spirito inquieto lo porta a viaggiare anche in America e nei Caraibi, tra Messico, Cuba, Venezuela e Stati Uniti, assorbendo influenze internazionali. Dopo un periodo a Roma, a metà degli anni Sessanta torna a Udine aprendo una nuova fase della sua ricerca. Nel 1965 la visita al lager di Terezín segna un momento decisivo: i graffiti e le poesie dei bambini ebrei deportati diventano un nucleo centrale della sua poetica. Accanto alla pittura sviluppa intensamente anche la scultura, lavorando con bronzo, alluminio, pietra, ceramica e vetro. Le sue opere raffigurano spesso animali e figure arcaiche – cavalli, cavalieri, capre, uccelli e gatti – accanto a forme simboliche come stele, frammenti e bassorilievi che evocano civiltà antiche.
Nel corso della carriera partecipa più volte alla Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma, ricevendo numerosi premi e realizzando oltre duecento mostre personali in Italia e all’estero, in città come New York, Parigi, Londra, Barcellona, Madrid e Bruxelles. Tra le opere monumentali spicca l’affresco di 800 metri quadrati realizzato tra il 1989 e il 1991 nel centro congressi dell’Hotel Kawakyu in Giappone. Nel 2011 dona una grande stele al Memoriale della Fortezza di Terezín. Negli anni successivi le sue opere entrano in importanti collezioni, tra cui il Museo Würth, il MART Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea.
Negli ultimi anni continua a esporre e realizzare installazioni in Italia e all’estero, collaborando anche con Philippe Daverio e Marco Nereo Rotelli. Nel 2025 una sua stele viene acquisita dal Parlamento Europeo per la collezione permanente di Bruxelles. Nello stesso anno viene ricevuto da Papa Leone XIV, al quale dona una scultura ispirata alla Croce di Gerusalemme. Nel 2026 partecipa alla sua sesta Biennale di Venezia, esponendo accanto al nipote omonimo, al debutto nella manifestazione.
Vive e lavora a Udine.